martedì 2 febbraio 2010

Questione di ‘territorio’, Cristina Zagaria racconta la ‘sua’ Napoli a Bari. Perché no










«Questa è la differenza tra la merda e noi. Noi stiamo zitti».
Il book trailer che ha portato Cristina in aula provoca il silenzio prima, poi il brusio incuriosito, poi un imprevisto «Vai, dai!»: straordinariamente inaspettato per un auditorio giovanile in una terra quieta e apparentemente staccata dai problemi di malavita..
È il giorno dell’orientamento universitario alla Lum Jean Monnet di Casamassima in provincia di Bari, la Libera università mediterranea: unica privata in Puglia.
L’evento del giorno “Giornalisti nella mafia”. A incontrare gli studenti, Cristina Zagaria, giornalista di Repubblica che presenta il suo ultimo libro Perché no (Perdisa, pp. 128, € 9,00).
Ma è solo un pretesto: l’obiettivo è quello di parlare con i giovani di informazione, di comunicazione, prendendo spunto da un evento di cronaca del
29 gennaio scorso verificatosi nei vicoli di Napoli: la rapina messa a segno da due giovinetti poco più che tredicenni, ancora in odore di incoscienza, al quale si riferisce il book trailer e a cui si ispira il libro.
«In realtà non sapevano nemmeno loro esattamente a cosa andavano incontro», racconta Cristina. «Sono andata là e ho fatto due chiacchiere con loro, dovevo ricostruire i fatti e avevo bisogno della testimonianza diretta – continua. Erano solo due ragazzetti e il ‘colpo’ è nato strada facendo: una mattina, quasi casualmente, uscendo di casa e decidendo di marinare la scuola». Così l’autrice racconta le vicende di quelle ore evolutesi tra le viuzze e sotto gli occhi dei passanti e dei residenti: una donna viene derubata, lei urla, chiede aiuto, ma nemmeno l’uomo rimasto sulla porta del negozio di fronte interviene. Lei è la maestra delle elementari dei suoi rapinatori. Loro, guardandola negli occhi, la colpiscono più volte. In cosa ha sbagliato coi suoi alunni?
Il silenzio in aula si fa assordante. Di fronte a Cristina Zagaria, ci sono gli studenti e gli insegnanti.
Come si raccontano gli episodi di ‘nera’ in città come Bari e Napoli?
«Questa è una piccola storia di cronaca che racconta la piccola vita di piccole persone in un piccolo libro», dice la Zagaria: «è carico di napoletanità». C’è qualcosa che accomuna Napoli e Bari (ora che è qui, di fronte al ‘piccolo’ pubblico barese, riflette e ricorda il momento in cui è tornata nella città levantina, dopo due anni): è la vivacità. Ma trova Bari nervosa, non l’aveva mai notato prima.
E il modo di comunicare? «La comunicazione tra guaglioni malavitosi a Napoli si evolve: ora se fanno ‘il palo’ chiamano i nomi di donne quando devono annunciare l’arrivo della polizia».
Napoli in realtà ha un’architettura urbana differente da quella di Bari; i quartieri si sovrastano uno su l’altro senza una netta separazione, si mescolano inevitabilmente tra loro insieme alle genti, alle abitudini. E un’abitudine che emerge è quella di fare silenzio quando non si deve parlare. Proprio come è capitato ad Adriana, la maestra, vittima della rapina. Napoli non si ribella, accetta il silenzio come baluardo per la sopravvivenza.
I giovani sono disorientati, ma nel loro piccolo mondo, sono capaci di essere curiosi e di interessarsi alla vita quotidiana, anche se danno l’impressione di essere staccati dalla realtà. Pongono domande ed esigono risposte: credibili, possibilmente. Non tardano infatti a farsi sentire: nel primo pomeriggio Cristina riceve mail dagli studenti: chiarimenti, curiosità e approfondimenti sugli argomenti trattati in aula.
Il libro si presta a favorire discussioni sulla comunicazione ai tempi di internet, sulle abitudini dei ragazzi e sulle censure giornalistiche, sull’uso dei social network e sugli scambi culturali tra generazioni diverse.
Perché no.. la cultura rende liberi.
©Marilena Rodi
[da Tra gli scaffali di Periodico italiano)

Il book trailer

mercoledì 20 gennaio 2010

Tecniche di grotta, di Giovanni Badino


Per far dei passi avanti dall’orlo dell’abisso

Nel mondo dei manuali di tecniche speleologiche Tecniche di grotta. Per far dei passi avanti dall’orlo dell’abisso di Giovanni Badino (pp. 208, Erga edizioni) è quello che si presta meglio alla divulgazione di argomenti tecnici.

Intervista a GIOVANNI BADINO
Un libro che ha quasi vent’anni. Cosa proprio non salveresti in un’eventuale riedizione?

Di per sé nulla, anche perché era basato sull’esperienza mia e quella non è maturata sul terreno delle grotte che vanno a frequentare quelli che leggono quel libro, cioè le grotte accanto a casa. Grotte europee, normali. Quel che sapevo allora, so adesso, quindi non posso aggiungere nulla. Da allora mi sono specializzato nell’applicare le stesse tecniche di studio e sviluppo di quelle che avevo impiegato per le grotte di casa, a grotte aliene, fossero nei ghiacciai, nelle quarziti, calde o fredde. Insomma, ho studiato, con ancora più intensità, situazioni che esulano dall’esperienza che un neofita è destinato a fare nei primi anni. Ho approfondito l’esperienza di reazione a situazioni critiche, ma anche quella è finita nei Quaderni Didattici, SOS in Grotta, che va letto come parte integrante del libro. E quindi non ha senso proporre né ampliamenti, né cesure. Però temo servirebbe un libro più semplice che prepari allo studio di questo. Mi pareva già allora, ora mi pare di più, perché è crollato il livello di entrata. Ora ho fatto due powerpoint che vanno in quella direzione, ma il libriccino manca.
Paolo Forti, nella Prefazione scrive: «finalmente alla mia non più tenera età ho compreso cose che mai mi ero sforzato di approfondire». Gli speleologi cosa, spesso, danno per scontato?
Quello che danno per scontato quasi tutti gli esseri umani: che certe cose siano impossibili da fare e che però, comprando questo e quello, si possano fare. È difficilissimo, spesso impossibile, far capire che gran parte delle attività complesse sono difficili, ma acquisibili con stretta disciplina e passione e studio e applicazione. Con serietà. Non si possono comprare, sono proprio da sposare. Farlo entrare nella testa dei neofiti è difficile, ma è ancora più difficile farlo accettare dagli istruttori, che non lo avevano accettato quando erano neofiti… Si preferisce quindi sfiorare ogni argomento, facendone proprie le regole più generali e le attrezzature, e poi passare ad altro quando si scopre che per andare avanti occorre modificarsi profondamente. D’altra parte siamo scimmie, non divinità…
La recensione è stata scritta da una neofita che ha frequentato un corso di introduzione alla speleologia nel 2009. Quanto può incidere una cultura bibliografica su un giovane speleologo?

La civiltà umana dipende dalla scrittura, dalla possibilità di tenere memoria di esperienze vaste e complesse, che non sono quindi più da ripetere nel breve volgere della nostra vita. Si va avanti, scrivendo per chi verrà. Quindi ti risponderei che un buon libro incide in modo totale su un neofita, se ha il cervello. D’altra parte sono sicuro che non incide per nulla, se non ce l’ha. A noi, del resto, interessa che si fermino a fare speleologia le persone dotate di cervello, non di bicipiti. Il cervello non viene, con l’allenamento, i bicipiti sì… Devo pure dirti che, proprio per questo, l’editoria speleologica è assai ostacolata, qui e là, da parte di chi teme che i “suoi” neofiti vengano sviati da letture malvagie, che facciano loro capire che i loro “istruttori” sono dei poveretti.
Parliamo di didattica. Nelle note conclusive scrivevi: «questo sembrava destinato a divenire un testo fondamentale nei prossimi anni». Esprimevi anche la perplessità riguardo all’insegnamento e alle sperimentazioni.. A distanza di circa vent’anni credi di poter confermare i dubbi di allora?
Lo confermo in modo totale, con rammarico. Purtroppo a livello locale la didattica dipende troppo spesso da chi, nella speleologia, è entrato troppo timidamente e con poca disciplina, e quindi tende a perpetuare negli allievi lo stesso approccio. Anzi, ed è più grave, tende ad allontanare i neofiti potenzialmente più validi, con pensiero e orizzonti più vasti. La soluzione è, ovviamente, uscire dagli steccati dei gruppi, puntando a livelli regionali e sovraregionali. Ma siamo ancora lontani da questo livello. Sono sempre più convinto che gli speleologi siano di qualità, di rango drammaticamente inferiore a quella del problema che affrontano, lo studio del mondo sotterraneo. Dopo decenni di ricerche ai limiti estremi, posso dichiarare con un sorriso che siamo ancora in alto mare. Come dicevaEinstein nel suo ultimo scritto:
«Die letzteren, flüchtigen Bemerkungen sollen nur dartun wie weit wir nach meiner Meinung davon entfernt sind, eine irgendwie verlässliche begriffliche Basis für die Physik zu besitzen».
(Le ultime rapide osservazioni devono solo rilevare come, secondo la mia opinione, siamo molto lontani dal possedere una base concettuale della fisica alla quale poterci in qualche modo affidare).
A. Einstein, Princeton 4 aprile 1955
©Marilena Rodi

giovedì 14 gennaio 2010

Umbria, la leggenda del fuoco di Gualdo Tadino


«Dalla piana di Gualdo vollero tutti andarsene, perché il castello era difficilmente difendibile.
Edificare a ridosso del monastero di San Benedetto era veramente cosa ingenua».
Francesco Giubilei, in Bastola. La signora del fuoco (Società editoriale Arpanet, pp. 80, € 3,50) racconta le memorie storiche di questa cittadina, vittima per due volte di incendi: il primo nel 996 ad opera di Ottone III (quando era Tadinum), la seconda, nel 1237. Ed è proprio con questa vicenda che l’autore, ricostruendone gli eventi, ci coinvolge nella leggenda.
Gualdo Tadino, anticamente Gualdum (dal latino ‘selva’), un insediamento oggi di circa 16 mila abitanti, fu dichiarato ‘città’ da Papa Gregorio XVI nel 1833, modificando il precedente nome Gualdo di Nocera. Persino Dante, nel Paradiso cita: «Intra Tupino, e l’acqua che discende / del colle eletto dal Beato Ubaldo, / fertile costa d’alto monte pende, / onde Perugia sente freddo e caldo da Porta Sole; / e dietro per greve giogo Nocera con Gualdo».
Annessa nel 1469 agli stati della Chiesa e poi come commissariato apostolico negli anni tra il 1587 e il 1798, è famosa oggi per le sue acque (sorgenti Rocchetta).
L’incendio del 1237 fu di dimensioni memorabili, il paese fu raso al suolo e, secondo quanto narrato dagli storici, solo Cartagine, ebbe sorte peggiore.
Leggenda o meno, l’autore precisa che quanto approfondito sull’argomento merita d’esser raccontato.


Una figura misteriosa, una donna che somiglia per certi versi al piacente profilo femminile di De André, vive in un castello, orfana dall’età di 15 anni, il cui nome era la Bastola. O meglio: questo era il nome col quale tutti la conoscevano.
L’alone di mistero che circonda la donna è fattore scatenante delle fantasie popolari che la credono una strega, una ruba-mariti. E si sa: quando serpeggia tra i popolani il timore d’una entità oscura che punta all’accaparramento delle attenzioni maschili, l’invidia e la rivalità diventano i ciechi sentimenti dell’opinione pubblica.
La Bastola, il cui vero nome però, era Bartola, poco si interessava alla vita cittadina, chiusa com’era nella sua solitudine. Qualcuno, tuttavia, giunge ad allietare le sue giornate, un cavaliere che stabilirà la sua dimora al fianco della donna.
Sono lieti gli anni che seguono, anche la nascita di una bimba. Fino al momento in cui la cattiveria umana dilaga.
Avvincente è poi la descrizione dell’abbandono, della sofferenza femminile e della vendetta.
L’autore, con un linguaggio moderno, narra il mito del fuoco di Gualdo Tadino e uno spaccato di storia che non tarda a rasentare la leggenda metropolitana, ma che lascia aperto lo spiraglio del dubbio: accadde davvero quella notte?

©Marilena Rodi 
(Tra gli scaffali di Periodico italiano)

martedì 5 gennaio 2010

Sulle corde, di Monica Dini


«Le finestre sono come cartoline. Ci potresti scrivere sopra i saluti».
Monica Dini, speleologa toscana, introduce una visione fatalmente umana degli speleologi, il popolo dei frequentatori delle cavità sotterranee, attraverso una finestra insolita, quella della memoria fantastica.
Tra le righe di Sulle corde, prima fatica editoriale della Dini, edito dalla Società speleologica italiana (pp. 96, € 8,00), l’autrice non svela particolari che sfuggono agli esploratori del buio, non racconta dettagli di avventure nelle viscere della Terra, e non documenta uno spazio geologico.
Gli “Archivi del tempo”, come ama definirli spesso Giovanni Badino – che presenta il libro – rappresentano una dimensione realisticamente “umana” dell’animo e dell’identità degli speleologi e della donna, in particolare, immersa in questo stravagante universo.
Una interpretazione surreale di desideri, passioni, ricordi ed esperienze di questo popolo assai scollato dalle dinamiche sociali, ma pur sempre vittima inconsapevole, per certi versi, di queste ultime.
Il libro è una raccolta di racconti che evidenziano gli spazi infinitamente ridotti della coscienza e della conoscenza umana, quasi a voler porre un accento sulla dimensione carnale (e quindi “a tempo”) di uomini in imprese memorabili; la penna arguta, spesso provocatoria dell’autrice, veleggia sul profilo dell’uomo che a onor di anagrafica contempla le sue gesta in una memoria ormai sbiadita.
Il linguaggio, di immediata comprensione, permette la lettura anche ai non addetti ai lavori.


Intervista a MONICA DINI

Monica quando hai cominciato a fare speleologia?
Ho cominciato ad andare in grotta quando avevo circa venti anni. Credo però che ci si possa definire speleologi quando si è capaci di andare in esplorazione, armare e avere cognizioni in autonomia, in questo senso ho solo piantato qualche chiodo.

Qual è il ricordo speleologico che porterai sempre con te?
Il ricordo è il buio. Restare soli, spegnere la luce aspettare senza emozioni o ragionamenti che il buio mi riconosca come roccia, mi conceda di confondermi, in un certo senso mi assolva.

Qual è il rapporto tra donna e speleologia (secondo la tua esperienza)?
Non mi piace parlare di donne e uomini, mi piace l’essere umano. Certo le donne possono anestetizzare la fatica come i dolori del parto, ma gli uomini possono pisciare senza togliersi tuta e imbrago.

Nel libro citi personaggi dai nomi immaginari, ma forse in qualche caso pare chiaro il riferimento a qualche amico un po’ ’speciale’ nella tua ‘carriera’ speleologica..

Ho avuto il privilegio di osservare amicizie speciali, quelle che nascono dalla fatica, dalla condivisione di sensazioni e atti vissuti non come individui ma arti di un corpo unico. Quando ho ascoltato delle grandi esplorazioni al Corchia, per esempio, mi è sembrato che in fondo i personaggi si confondessero, come se non avesse grande importanza chi aveva scoperto cosa, perché tutti quelli che c’erano, erano scossi dalla medesima emozione. Io non ho fatto parte di questo.

Spesso fai riferimento alla “decadenza”, all’anzianità anagrafica e di servizio: è un messaggio particolare?

Io spesso ho dovuto aspettare, per esempio per tornare in grotta. E’ bene ricordarsi che siamo corruttibili per avere la misura, per non perdere di vista il fatto che non possiamo aspettare per sempre.

Rimpianti o rimorsi?

Troppi puntini di sospensione in Sulle Corde. Ho sempre scelto di fare subito ciò che reputavo più importante, per questo ho accantonato altro confidando di riprenderlo al momento opportuno; è perché non sono brava a fare bene troppe cose insieme, sono lenta. Ho avuto la fortuna di non morire e ho provato ad aspettare ciò che avevo lasciato indietro. Non ho rotolato nella vita, ho deciso. A parte i puntini di sospensione, non ho rimpianti o rimorsi, trovo che siano una perdita di tempo.

Come si conciliano per una donna speleologia e famiglia, secondo te?
Non sono la persona giusta a cui fare questa domanda, io non ho conciliato speleologia e famiglia. Ho fatto una cosa alla volta, solo adesso che la mia famiglia sa fare a meno di me, sono tornata in grotta ed è stata una ricompensa per la lunga attesa.

Un uomo che ha trascorso la sua vita in grotta quanto può diventare “fragile” quando smette di frequentare l’ambiente sotterraneo?
Credo che gli esseri umani che hanno sofferto e goduto grandi passioni, possano, adeguando i ritmi, mantenerle per sempre. Credo che si possa morire perché è giunta l’ora, anche stando attaccati ad una corda. Quando non si riesce ad avere questa visione, a volersi bene, accordandosi con il fatto che invece di volare, dobbiamo strisciare per continuare ad avere emozioni, allora diventiamo fragili. Questo nella vita in generale. Io credo che impossibile da fare sia tutto ciò in cui non crediamo abbastanza.

Perché il libro Sulle corde?

Scrivere è stato accantonato insieme alla grotta per molto tempo. Quando è stato il momento giusto, con umiltà, ho cominciato a sperimentare quale fosse il modo migliore di mettere insieme le parole per trasmettere quello che volevo. Ho avuto la fortuna di incontrare Julio Monteiro Martins, scrittore, direttore della scuola di scrittura creativa Sagarana e della omonima rivista, con cui confrontarmi, lui ha avuto la pazienza di farmi da maestro. Quando ho cominciato a scrivere quello che poi è diventato Sulle Corde, non sapevo che sarebbe diventato un libro, stavo solo cercando di imparare una tecnica.
L’idea è nata quando mi venne in mente una storia: un uomo senza alcuna esperienza, ma con un grande desiderio, si organizza ed entra in una grotta. E’ talmente grande il suo stupore e la sua ingenuità tecnica, che presto rimane senza luce. Prende coscienza del fatto che dovrà morire, ma mentre stremato dal pianto si appisola, sogna un giorno d’estate pieno di luce abbagliante dove si vede bambino insieme a sua cugina intento a spiare una lucertola a due code che si arrampica su un muro caldo. Il sole è forte e gli fa chiudere gli occhi, si scuote e ritrova il buio della grotta, però si scopre diverso, la luce apparsa nel sogno lo consola e lo spinge a tentare. Si impegna, affina gli altri sensi, comincia a strisciare ascoltando il mutare del corso del vento sulla faccia, toccando lo scorrere delle acque, battendo testate nella roccia.
L’idea era immaginare di sopravvivere grazie alla luce di un sogno. Era una schifezza di racconto, andava rifatto ma il mio maestro rimase affascinato dalla descrizione della grotta, lui che non ne aveva mai vista una, voleva che gli raccontassi ancora, ed è così che ho continuato a scrivere storie che contenessero una parte di conoscenza di tutti, ma ambientate in un posto per pochi. E’ un libro senza pretese tecniche, è stato letto anche da chi non è mai entrato in grotta, ha avuto una doppia vita come il titolo, lo stare Sulle Corde, anche nella vita di tutti, ha un significato.


©Marilena Rodi

martedì 29 dicembre 2009

Italo, il re degli enotri, insediò l’Italia a Trebisacce




Si nascondono nella Piana di Sibari le stirpi arcaiche del popolo italico. il coscile propone i risultati degli ultimi scavi in un libro di archeologia



“Trebis-saxa” (“roccia”, fortificazione di Trebis) o “Trebis-axis” (“tavola”, tavoliere), o “Trapezàkion”, dal greco “tràpeza” (il castrum del periodo bizantino)?
L’etimologia del toponimo Trebisacce si presta a svariate chiavi di lettura, poiché molto dipende dalla lente con la quale si decide di osservarla e dal tipo di interpretazione che si vuole attribuire alle ricerche archeologiche eseguite dai ricercatori e dagli studiosi che si sono alternati nella documentazione del territorio.
La casa editrice il coscile propone un percorso esplorativo-conoscitivo tracciato da Tullio Masneri nel libro Archeologia di Trebisacce (pp. 288, € 13,00), pubblicazione di interesse storico-antropologico e archeologico che pone in risalto le osservazioni e gli scavi nell’area di Trebisacce, forse insediamento di una tribù bruzia, i “Bruttaces” in epoca romana, o insediamento protostorico a Broglio di Trebisacce (1700-700 a.C.) prima della fondazione di Sibari.

Testimonianza millenaria
Masneri, negli ultimi anni Novanta a cavallo con i primi del Duemila, torna a fare oggetto di studio i luoghi che raccontano le vicende dei primi popoli insediatisi nella Sibaritide, location agiata, tra mare e monti, popolata dagli enotri, preferita dai conquistatori greci e ambita dai romani.
Da alcuni rinvenimenti archeologici si ipotizza che Italo, dominatore e precursore dell’idioma italico, abbia posto domicilio in terra calabrese, stabilendo villaggi su alture a diretto contatto visivo l’uno con l’altro per favorire il controllo e la stabilità delle comunità, tendendo ad esercitare un’azione di pacificazione e di costruzione solida, che solo la venuta dei greci ha intaccato nel profondo.
L’autore, infatti, a proposito degli enotri, narra la prospettiva socio-economica che questo popolo è stato capace di offrire alla Piana di Sibari ed alle colline che le fanno da corona, valorizzandone l’eccezionale fioritura dovuta alla feracità della terra, produttiva ed aperta ai contatti con gli stranieri, prima i micenei e poi i fenici, consolidando una posizione culminante per civiltà e benessere.
Virgilio, nell’Eneide, scriveva: «C’è un luogo – i Greci lo chiamano Esperia – / terra antica, potente per armi e di fertile zolla; / gli Enotri la popolarono; ora è fama che i loro nipoti / abbian detto Italia quel popolo, dal nome del capo».
Interessante diviene dunque, il percorso proposto dall’autore alla scoperta di nuovi e avvincenti indizi autentici e alla riscoperta di quelli esistenti, permettendo, in questo modo, un parallelo fra le notizie in essere e le acquisizioni a seguito delle ultime indagini archeologiche. Emerge difatti, ancora, il dubbio che nei sotterranei dell’edificio delle scuole elementari di Trebisacce dove, nel 1948 fu scoperta una tomba greca del periodo successivo alla distruzione di Sibari, possa nascondersi qualche traccia del passato.
Curioso e intrigante è il passaggio nelle antiche civiltà: che tipo di scambi commerciali proponevano i pionieri dei mercati calabresi? Da cosa deriva la leggenda della produzione della migliore pece bruzia? Quali i segnali peculiari di una civiltà volta alla cultura femminile? E quale l’espressione artistica dei popoli alle prese con la produzione di cimeli?
Masneri propone e argomenta altresì alcuni interventi antropici sul territorio di Trebisacce e della Sibaritide, menzionando la tecnica delle anfore capovolte sotto il manto stradale, utilizzata per il drenaggio delle acque e non molto distante dall’attuale strada statale 106, antica litoranea romana, come ad esempio, in contrada Chiusa a breve distanza dal mare.
In questa contrada, nelle operazioni di scavo realizzate tra il 1986 e il 1987, sono stati individuati due edifici di pianta e dimensioni simili destinati probabilmente allo stoccaggio di anfore commerciali e riconducibili alla presenza romana in Calabria e che hanno permesso di ricostruire la storia di Trebisacce nel periodo compreso tra I e II secolo d.C.

Prospettiva futura
L’archeologia del territorio, tuttavia, può definirsi giovane perché le notizie e le novità si rincorrono annualmente e, per dirla con l’autore, «in siffatto contesto […] si cerca di tirare le somme di una ricerca che ha avuto l’ardire di mettere insieme una serie di elementi molto diversi che provengono dalla tradizione o sono emersi dagli strati del passato, con la prospettiva che le novità di oggi potranno essere smentite anche entro breve tempo, se le ricerche continueranno e verranno tentate altre strade, oltre a quelle già note».
Il linguaggio è fluido nonostante le abbondanti citazioni latine, argomentate correntemente. Lo stile è cronachistico e la narrazione è arricchita di fonti documentali non irrilevanti. Viene proposta la carta archeologica di Trebisacce con l’indicazione dei siti entro i confini comunali.
Un libro che non si legge certamente tutto d’un fiato per via delle copiose nozioni da ricordare e tenere a mente, ma che alla fine della lettura offre un quadro abbastanza completo e divertente, per certi aspetti, delle origini del territorio trebisaccese (e dell’Alto Ionio) e che incuriosisce non solo gli indigeni calabresi.

Marilena Rodi
(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 8, aprile 2008)

martedì 1 dicembre 2009

Missione educazione: la libertà sta nella cultura

Autonomia di giudizio e indipendenza ideologica: il ruolo del docente è di ispirare e orientare. Sovera Multimedia lancia uno scambio dialettico



Il mondo della scuola? Quasi una catastrofe. La classe insegnanti? Carica di responsabilità e talvolta impreparata ad affrontare gli studenti. Gli allievi? Ancora fino a un decennio fa si poteva discutere di allievi, forse. In epoca contemporanea diventa complicato e paradossale definirli tali; semmai, “domatori” di adulti (e perché no, anziani) in un sistema alla deriva.
L’istituzione, fondata con i migliori propositi per la creazione di anime liberamente ispirate a cultura e istruzione, pare stia fallendo il proprio obiettivo. Il nuovo millennio, oltre l’avvicendamento di configurazione numerica, ha concepito una generazione di giovani impreparati, arroganti e incapaci, che di accogliere l’educazione scolastica non vogliono nemmeno sentir parlare.
Ne sa qualcosa la protagonista e autrice di Donne con le palle (Sovera Multimedia, pp. 92, € 11,00), Giovanna Curone, insegnante di letteratura, storia e geografia di un istituto superiore di Roma; una donna sicura di sé e determinata a trasmettere la valenza dell’istruzione a una classe di somari che frequentano il primo anno. Reduci del tirocinio d’obbligo, si avvicendano sui banchi della scuola media di II grado malvolentieri e nemmeno troppo preoccupati di acquisire le competenze tecniche necessarie per poter svolgere la professione per la quale debbono prepararsi.

Determinazione e “genio scrivano”
Quasi una missione, l’impegno della docente si profonde per gli allievi, per i quali deve reinventare ogni giorno il modo più efficace di garantire l’apprendimento delle nozioni basilari della buona educazione e del vivere quotidiano nella società, e per i colleghi, verso i quali nutre rispetto, ma anche scetticismo per i metodi di approccio e d’insegnamento adottati. Si ritrova così, a dover escogitare sistemi maliziosi ma efficaci per entrambi.
Con gli studenti, raccontando di relazioni interpersonali con l’altro sesso, notificando comportamenti poco eleganti per le femmine e cafoni per i maschi; architettando stratagemmi fantasiosi pur di invogliarli ad esprimersi in scritti creativi, simulando gare di bravura, interrompendo brusii e dialoghi poco consoni all’ambiente, alzando la voce con il capobanda e conquistando il meritato silenzio.
Con i colleghi e superiori, grazie a colpi di genio, sfrutta la sua eccellente dote di narratrice per trasferire silenziosamente opinioni e lezioni di vita, intuendone la singolare condizione umana di sottomissione e vergogna, nonché, paradossalmente, di presunzione trionfante, che talvolta rende ciechi al bisogno di condividere sentimenti e ansie.

Figli, genitori e metodi
La missione della docente, tuttavia, coinvolge trasversalmente anche la famiglia in questo tentativo di smuovere gli studenti e di responsabilizzarli nei rapporti interpersonali. In uno dei capitoli (intitolato “Là dove un alunno azzittisce la madre”) Giovanna Curone porta alla luce la reticenza dei genitori nei confronti degli insegnanti, “inviperiti” perché convinti che essi non siano davvero in grado di fare il loro mestiere. L’episodio, ilare, per quanto insolito, vede gli studenti partecipare attivamente al gioco dello scarabeo (trovata della docente per avviare un processo naturale di impiego della lingua italiana e di quella inglese) e scatenare il caos dettato dal fervore creativo. Una madre, indispettita, si catapulta nella classe accusando senza mezzi termini la docente di adottare metodi non convenzionali e che sta assistendo ad un’inutile e perdita di tempo. Giovanna tenta di elevare la statura intellettuale della sua interlocutrice spiegandole che quanto in opera è mezzo per il raggiungimento del fine più nobile di favorire un linguaggio corretto e più articolato degli studenti. Nell’alterco senza via d’uscita interviene lo studente, figlio della donna, con un comico «A mà! Ma statte zitta…», e rientrando in classe sbatte la porta lasciandosi alle spalle le espressioni attonite delle due donne.
L’ignoranza e la superbia, talvolta, si fondono creando e coltivando pregiudizi vani e gratuiti, agevolando barriere architettoniche tra culture difformi, quando è ancora possibile parlare di culture. Più spesso è disarmante scoprire che si tratta si radicata inciviltà.
Il linguaggio è lineare, ad intermittenza, arricchito da espressioni colorite tipiche dell’ambiente giovanile, denso di esperienze reali che rendono la narrazione fluida, seppur guarnita di espressioni dialettali e turpiloqui poco chic. Lo stile torna spontaneo definirlo street di conseguenza, ma la valenza istruttiva, soprattutto per la categoria matura, ricambia degnamente la lettura rocambolesca.
Una finestra inconsueta su uno spaccato in condizioni d’indigenza che rilancia il desiderio di offrire un’altra opportunità al mondo scolastico. Del resto, come recita l’autrice nel libro: «Chi siamo noi per decidere ciò che è giusto e ciò che non lo è? Un insegnante non ha formule magiche, può solo fare il suo mestiere: tirar fuori dalle zucche vuote ciò che loro stessi non vogliono ammettere…».

Marilena Rodi

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 8, maggio 2008)