sabato 11 aprile 2009

Agnese Moro, l’industria della cultura è in mano di pochi


Sulla “normalità” di suo padre e sulla cultura. Lei crede che i servitori dello Stato attuali possano essere paragonati a quelli dell’epoca?
“Se per servitori dello Stato intendiamo le persone che spendono la loro vita per il bene pubblico e non solo i politici, e cioè tutti quelli che rendono possibile che lo stato vada avanti, io penso che ci sia un grandissimo senso, anche oggi, di partecipazione della costruzione di qualche cosa, di dare un proprio contributo per il bene di tutti. Penso che siano abbastanza uguali”.

I servitori dello Stato che lavorano dietro le quinte, all’ombra dei politici, molto spesso restano senza identità. Ma i grandi politici dell’epoca possono essere paragonati a quelli attuali?
” Al di là dell’importanza che la generazione di mio padre attribuiva alla cultura, c’è anche un tema che riguarda la dedizione, cioè l’idea che la tua vita è al servizio di qualche cosa di positivo, che deve tornare a tutti, che non è tua, che tu la spendi.. ecco, questo tema della dedizione mi sembra abbastanza inesistente in questo momento”.

La cultura rende liberi. Cultura oggi è sinonimo di devianza dell’informazione. Come crede che si possa far rifiorire la cultura ideologica nei giovani? Siamo al Festival internazionale del giornalismo e molti giovani sono venuti con la spinta emotiva di voler conoscere, sfondare i portoni della conoscenza e capire come funziona il mondo dell’informazione e soprattutto come relazionarsi..
“Io penso che tutta l’industria culturale italiana sia molto complessa e che sia nelle mani di pochi, però credo che ci sia un immenso spazio per le persone che amano davvero l’informazione libera, vera, per dare il loro contributo. In fondo si sta affermando sempre di più il peso e il valore dell’informazione che si fa su internet, che è certamente un mezzo più libero rispetto ai mezzi tradizionali di cultura. Penso che un giovane possa avere la sicurezza che se è preparato, un modo, la strada, l’ambiente, lo trova. Siamo sul crinale nuovo che verrà perché tutti vogliamo e in quel quadro l’informazione avrà un peso fortissimo”.

Marilena Rodi

http://magazine.festivaldelgiornalismo.com/?p=478

Carta stampata, la crisi è nella qualità


La crisi economico-finanziaria mondiale ha influito in qualche modo sulla diffusione della carta stampata in Italia? Diciamoci la verità: il momento di congiuntura ha il suo peso, ma non è l’unica causa. Il giornalismo va rilanciato nella qualità, non solo nella “comunicazione”.
La seconda giornata del Festival internazionale del giornalismo, cospicua di incontri e dibattiti con al centro la questione informazione di qualità e/o quantità, si arricchisce dello scambio “amichevole” e ironico degli “elefanti del quinto potere”. Alla tavola rotonda “Il futuro dei giornali di carta” intervengono Alessandro Brignone, direttore della Federazione italiana editori di giornali, Lorenzo Del Boca, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, Ruben Razzante, della Fondazione Ugo Bordoni, Stephan Russ-Mohl, direttore European journalism observatory, e Dante Ciliani, presidente dell’Ordine dei giornalisti Umbria.
Inutile nascondersi dietro un dito, l’urgenza imperativa che il giornalismo italiano riconosce ma stenta a focalizzare è il valore aggiunto dell’informazione integrale, indagata e onesta.
Se da un lato la società dei profitti, con le sue regole di economicità, e i mezzi di massa, con la capacità di infiltrarsi in tutte le case degli italiani, hanno prodotto e favorito l’immediatezza e la gratuità delle fonti, dall’altro, la carta stampata non ha avuto la prontezza di adeguarsi all’evoluzione del pubblico di riferimento, e dovendo rincorrere le logiche di utilità per la sopravvivenza, ha dovuto piegarsi allo sterminio dell’immunità da un certo tipo di “notizia” (o gossip?).
Quelle che un tempo erano le note a pie’ di lista degli appunti di viaggio degli inviati, le curiosità frivole sui protagonisti delle vicende, oggi diventano i titoli dei pezzi.
Cosa è accaduto al giornalismo? Si continua a fare informazione o ci si intrattiene nell’inchiostro delle rotative in attesa che la notizia giunga tramite un comunicato stampa, o una rassegna Ansa?
Gli attempati relatori tirano in ballo cifre e statistiche e così si scopre (ma non era certo mistero) che in Italia solo sei milioni di persone leggono i quotidiani, mentre in Giappone si viaggia sui trentadue!
Colpa di internet? L’intuizione geniale sta nel saper cogliere le potenzialità degli strumenti e anticipare gli andamenti del mercato: l’età media dei fruitori dei mezzi di comunicazione tradizionali è straordinariamente alta, questo vuol dire che i giovani seguono tendenze diverse, si affidano alla rete, un po’ informale ed estremamente interattiva. Colpisce come in Italia, negli ultimi sei mesi, l’alfabetizzazione informatica sia arrivata tramite Facebook.
La carta stampata, come molti dei media tradizionali, ancora si crogiola nell’autoreferenzialità..
Del Boca stesso lancia la provocazione: è la qualità del giornalismo che deve migliorare, e per migliorare occorre investire sulle risorse umane, ma diventa improbabile se gli editori stessi investono molto poco! Brignone gli fa eco ricordando che il problema sostanziale, nel nostro paese, è che le persone non sono abituate a leggere; siamo (tristemente?) un popolo mediterraneo, occupiamo il “tempo libero” alla tv, in vacanza, o informandoci sugli aspetti “creativi” delle notizie (chiacchiericcio). Il dato sugli abbonamenti la dice lunga: 9% quotidiani, 20% riviste.
Come uscire dalla crisi economica che è soprattutto crisi di fiducia del popolo italiano?
Una soluzione potrebbe essere l’adeguamento alla modernità, ma anche una educazione ai media. Dove, meglio che nelle scuole, si può favorire sensibilizzazione?
Il cerchio si chiude.

Marilena Rodi

http://magazine.festivaldelgiornalismo.com/?p=849

Il giornalismo e le aziende: cane da guardia o cane da compagnia?


Girotondi e capriole di una (non)notizia, redazionali in cambio di spazi pubblicitari, editori (im)puri e giornalisti servili, colossi del potere economico e comunicati delle aziende “passate” per informazione di attualità.. i comunicatori se le inventano di tutti i colori pur di persuadere la pubblica opinione (o di massa?) sulle strategie aziendali. La notizia, impacchettata negli uffici stampa delle società, viene girata alle redazioni dei giornali che devono solo provvedere, molto spesso, a copia/incollare il contenuto e a pubblicarla.

Alla tavola rotonda “Il giornalismo e le aziende: cane da guardia o cane da compagnia”, Marie-Jeanne Husset, 60 Millions de consommateurs, Gerardo Orsini, capo ufficio stampa Enel, Luca Primavera, direttore Fondazione Foè, Alessio Rocchi, Tg1, Roberto Sommella, vicedirettore Milano Finanza, e Andrea Vianello, Mi manda Rai Tre, si confrontano sull’influenza del potere economico nella divulgazione delle notizie in Italia.

Roberto Sommella ha “svelato” i retroscena delle proprietà editoriali delle testate autorevoli nel Belpaese e lo scenario “rivelato” ha dimostrato ancora una volta quanto il fruitore (consumatore di informazione) resti all’oscuro del valzer di poltrone.

Al giornalismo cosa resta dunque? Pigrizia, superficialità, malafede: ma davvero i professionisti della notizia si lasciano indurre dai “giochi già fatti”? Caso Parmalat: perché le informazioni dei mesi precedenti il crack erano confortanti e lontane dal prevedere il collasso finanziario? Per i giornalisti non dovrebbe essere pane quotidiano la ricerca dello scoop? Cosa è scivolato sul piano inclinato dell’indifferenza? «Molto spesso nemmeno noi riusciamo a comprendere i giochi di potere: le grandi strategie vengono decise nelle stanze dei bottoni alle quali noi non possiamo accedere perché non abbiamo gli strumenti», commenta Vianello, che con la trasmissione Mi manda Rai Tre tenta di fornire un servizio ai cittadini denunciando truffe.

Alcune aziende, tuttavia, favorendo un rapporto “vicino al cliente”, sono orientate alla comunicazione partecipata: sono i consumatori a cogliere i pro e i contro dei prodotti o dei servizi erogati e a condividere gli sviluppi evolutivi degli stessi. Alcune però.. e manco fosse un caso, Enel, sponsor ufficiale del festival, si è lasciata coinvolgere abbastanza volentieri nella chiacchierata.

Basta varcare la soglia d’oltralpe per apprendere che i cugini francesi sono organizzati in maniera “leggermente” diversa: una parte della stampa costantemente si dedica all’analisi dei marchi, testando i prodotti e proponendo una diagnosi completa delle forze e delle debolezze degli stessi. Marie-Jeanne Husset precisa che il magazine da lei diretto è a digiuno da inserzioni pubblicitarie e guarda all’interesse del consumatore stimolando la consapevolezza dell’effetto propaganda e svolgendo a tutti gli effetti un servizio pubblico. Ma soprattutto è indipendentemente dalle correnti politiche e dalle autorità economiche.

La conversazione, inevitabilmente, si sposta sul fattore discernimento partecipativo del popolo: in Italia alcune trasmissioni televisive cercano di smuovere le coscienze denunciando ad alta voce misfatti e magagne, ma la conclusione è che il giorno dopo, nelle strade, non scoppia la ribellione!

Facebook, Twitter, e social network: ecco le nuove frontiere


La comunicazione, nel 2009, si chiama Facebook, Twitter, blog e social network, e i giovani pare abbiano sposato il concept di questi strumenti godendone appieno l’interattività.

Il Festival internazionale del giornalismo non si fa mancare le frontiere globali della comunicazione e da Spagna e Inghilterra giungono, confortanti, le notizie di “usabilità” di questi mezzi innovativi e tutti da scoprire che la rete ha visto nascere e consolidarsi in brevissimo tempo, tanto da essere diventati attrezzi del mestiere per chi, l’informazione la mastica ogni giorno.

Alla tavola rotonda “Piccolo è bello! Anche per i grandi”, alla quale hanno partecipato Julio Alonso, fondatore e Ceo WeblogsSl.com, John Byrne, direttore Business Week online, Luca De Biase, direttore Nòva24, e Luca Conti, creatore di Pandemia ed esperto new media, il segreto di Pulcinella svelato è la creazione delle comunità online. Il campanello d’allarme suonato per la carta stampata, non a caso, denuncia la comunicazione unilaterale dei giornali e mette in evidenza l’esigenza dei “consumatori” di “entrare” nell’informazione, di guadagnare il proprio spazio per manifestare il proprio pensiero e, molto spesso, la propria identità.

Come si conquistano i lettori, i mercati e i grandi media in rete?

Nel calderone di internet si immergono blogger, giornalisti, manager d’azienda, studenti, professionisti e inappetenti della rete.. ma una volta imbeccato un sito (spesso tramite il motore di ricerca Google) come si fa a fidelizzare l’utenza?

Rispondono Julio Alonso e John Byrne, esponendo le loro esperienze; il principio comune denominatore è prestare ascolto alle voci virtuali per dare loro identità, costruendo insieme il prodotto finale. È la domanda che fa l’offerta. E questo dato potrebbe risultare interessante per gli economisti. I consumatori cominciano ad essere stanchi di subire passivamente.

Parola d’ordine: aggregazione. Ovvero: accordi di partnership con altre fonti di informazione per garantire all’utenza un’ampia fruizione. Significa lavorare con migliaia di blogger al mese, favorire gli scambi e i pareri con l’audience, far emergere i bisogni reali, stringere accordi e inventarsi soluzioni innovative costantemente.

Nei social media la gente tende a creare relazioni indebolendo il ruolo dei provider, dunque, una soluzione può essere il Business Exchange, l’aggregazione di tutte le componenti: creata una microcomunità di persone e lanciati gli argomenti da approfondire, i frutti dell’intelligenza collettiva sono insuperabili. Dayle Gilbert scriveva: «Nell’audience c’è sempre qualcuno che ne capisce molto di più».

Marilena Rodi

http://magazine.festivaldelgiornalismo.com/?p=1025

Giancarlo Siani. “Una storia ancora da raccontare”, appello al risveglio delle coscienze


Il caldo raggio di sole con cui si è svegliata stamani Perugia è il preludio di una giornata carica di emozioni. L’ultima giornata del Festival internazionale del giornalismo si apre con la terza edizione del premio giornalistico “Una storia ancora da raccontare”, organizzato in collaborazione con l’Associazione “Ilaria Alpi” e dedicato a Giancarlo Siani, il giornalista de Il Mattino, ucciso a Napoli il 23 settembre 1985, ancora ventiseienne.

In sala si respira desiderio di riscatto, i volti sono assorti e il silenzio regna sovrano; la premiazione del concorso è presieduta da Lirio Abbate, Ansa, Alessandro Cataldo, direttore generale UniCredit Banca di Roma, Rosario La Rossa, fondatore dell’Associazione Voci di Scampia. Ottavio Lucarelli, presidente Ordine dei giornalisti della Campania, Roberto Morrione, presidente Libera informazione, Mauro Sarti, presidente Associazione “Ilaria Alpi”, e Paolo Siani, fratello di Giancarlo Siani, nella commozione dei presenti, giunti da tutta Italia, per commemorare il coraggio del giovane cronista caduto sotto i colpi della camorra, nella ricerca della verità.

Giancarlo viveva in un’epoca ancora lontana dall’innovazione tecnologica e tutti i giorni si dedicava all’ascolto, alle relazioni interpersonali, alle lunghe passeggiate, all’incontro con persone che in qualche modo potevano raccontargli le vicende “nascoste” dei quartieri napoletani. Si impegnava con fervore nelle inchieste di camorra, cercava spunti di riflessione e tracce da seguire alla conquista di una verità da descrivere e riportare, per amor di cronaca e di riscatto di un popolo oppresso dalla connivenza tra amministratori e malavitosi. Ricercava, studiava, approfondiva, era instancabile. Al giorno della morte aveva scritto mille articoli, «patrimonio di qualità» come ricorda Morrione, oggi racchiusi in un libro dossier, donato ai finalisti del concorso. Siani aveva una non comune capacità di sintesi, acquisiva le fonti sulla strada e possedeva la straordinaria dote di “guardare avanti”.

Paolo Siani, fratello di Giancarlo, evidenzia l’importanza della comunicazione, del fare informazione vera, e l’opportunità, oggi a disposizione dei giovani, di utilizzare i mezzi innovativi e di divulgazione che la rete offre: «Il mondo è aperto, chi se ne frega se la notizia del festival non è sui giornali. La comunicazione oggi è un’altra cosa».. Visibilmente commosso, sottolinea quanto sia essenziale mantenere viva la coscienza, come cittadini e come, soprattutto, giornalisti.

Cataldo lancia un appello «Noi abbiamo ancora un debito non pagato con Giancarlo. A Napoli viviamo ancora nello stesso modo [...] Io chiedo aiuto ai giovani di buona volontà a dare aiuto ai meno giovani che ormai non hanno più il coraggio di denunciare, di dire.. e dire fa crescere la voglia di ribellarsi».

Morrione torna sulle manifestazioni organizzate da Libera informazione e sullo sforzo di coinvolgere le amministrazioni pubbliche e i cittadini sul tema della connivenza, dell’ingerenza e del sopruso ad opera delle mafie. Non solo Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, ma anche Umbria.. perché il fenomeno non si limita solo alle regioni del Sud, ma divampa nel silenzio e nell’indifferenza ormai consolidata della popolazione, rassegnata e addormentata.

Il premio per la categoria stampa va ad Alberto Solmi; per la categoria documentario a Sandro Di Domenico e Federico Tosi.

Marilena Rodi

http://magazine.festivaldelgiornalismo.com/?p=1098

Giornalismo d’approfondimento, il caso Terra!


«Io non voglio raccontare la verità, voglio solo offrire gli strumenti con cui la gente possa costruire la propria idea». Così, Sandro Provvisionato, giornalista professionista dal 1979, curatore con Toni Capuozzo del settimanale televisivo Terra!, spiega la valutazione, mai casuale, nella costruzione di un reportage.
Nella terza giornata del Festival internazionale del giornalismo si è discusso di “spedizioni”, inchieste e approfondimenti giornalistici, scelte editoriali e prodotti di nicchia.
Terra! nasce nel 2001, da un progetto di Carlo Rossella – prima del trasferimento a Panorama – poi affidato, anche se solo temporaneamente, a Lamberto Sposini; infine consegnato alla cura dei due giornalisti, attualmente curatori del programma: «Sposini se ne interessò molto marginalmente e alla fine restammo io e Toni», commenta Provvisionato. La redazione del programma è composta da sole undici persone e ogni puntata costa cinquantamila euro: «L’inchiesta è dispendiosa e l’azienda per cui lavoro è una televisione commerciale, non ha la tendenza a sperperare le risorse, ma dal momento che la trasmissione funziona, vive», continua.
Il nome Terra!, con il punto esclamativo, spiega, si ispira all’esclamazione di Cristoforo Colombo alla scoperta del nuovo mondo; il programma di approfondimento mette al centro le storie di attualità e cerca di andarne a fondo.
Ma come si costruisce un’inchiesta “tendenzialmente” vera, o meglio, funzionale a quello che è l’obiettivo dell’informazione giornalistica?
Il settimanale pone molta attenzione alla memoria storica, al valore dei fatti accaduti, ai fenomeni “secolari”; Provvisionato sottolinea quanto sia necessario un approccio umile agli argomenti e alle situazioni; quanto sia essenziale rinsaldare i rapporti con i collaboratori locali dei paesi in cui si voglia sviluppare il reportage e quanta attenzione occorre porre nella relazione con gli ascoltatori: «Generalmente, su dieci storie, due o tre, arrivano dal suggerimento del pubblico», e incalza: «Le pieghe della storia mettono in luce profili di personaggi particolari […] la gente è soddisfatta di un prodotto non fazioso, credibile e autorevole».
Il pubblico in sala scalpita e molteplici sono le domande relative alla logistica di reportage, tempi di realizzazione, sentimenti che caratterizzano momenti particolarmente emozionanti, scelta dei collaboratori e delle fonti, valutazioni opportune sulle riprese e sulla successiva messa in onda.. «Quando devo optare per la trasmissione di immagini particolarmente crudeli mi pongo una regola: “Questa immagine aggiunge qualcosa a quello che ho già raccontato?” Se la risposta è no, preferisco tagliare».
Molta cura va dedicata al montaggio: il contenuto, dice, senza un’adeguata cornice, spesso non funziona. Ma chi sceglie le musiche? Solitamente il giornalista che ha realizzato il servizio oppure l’operatore col quale si è consolidato il feeling.
Una volta selezionato l’argomento del reportage, lo staff si dedica alla ricerca bibliografica; la storia, tuttavia, nasce in loco, con il contributo della comunità locale. È indispensabile vivere l’approccio alla vicenda con spirito curioso e mai pregiudiziale.

Marilena Rodi

http://magazine.festivaldelgiornalismo.com/?p=852