martedì 5 gennaio 2010
Sulle corde, di Monica Dini
Monica Dini, speleologa toscana, introduce una visione fatalmente umana degli speleologi, il popolo dei frequentatori delle cavità sotterranee, attraverso una finestra insolita, quella della memoria fantastica.
Tra le righe di Sulle corde, prima fatica editoriale della Dini, edito dalla Società speleologica italiana (pp. 96, € 8,00), l’autrice non svela particolari che sfuggono agli esploratori del buio, non racconta dettagli di avventure nelle viscere della Terra, e non documenta uno spazio geologico.
Gli “Archivi del tempo”, come ama definirli spesso Giovanni Badino – che presenta il libro – rappresentano una dimensione realisticamente “umana” dell’animo e dell’identità degli speleologi e della donna, in particolare, immersa in questo stravagante universo.
Una interpretazione surreale di desideri, passioni, ricordi ed esperienze di questo popolo assai scollato dalle dinamiche sociali, ma pur sempre vittima inconsapevole, per certi versi, di queste ultime.
Il libro è una raccolta di racconti che evidenziano gli spazi infinitamente ridotti della coscienza e della conoscenza umana, quasi a voler porre un accento sulla dimensione carnale (e quindi “a tempo”) di uomini in imprese memorabili; la penna arguta, spesso provocatoria dell’autrice, veleggia sul profilo dell’uomo che a onor di anagrafica contempla le sue gesta in una memoria ormai sbiadita.
Il linguaggio, di immediata comprensione, permette la lettura anche ai non addetti ai lavori.
Intervista a MONICA DINI
Monica quando hai cominciato a fare speleologia?
Ho cominciato ad andare in grotta quando avevo circa venti anni. Credo però che ci si possa definire speleologi quando si è capaci di andare in esplorazione, armare e avere cognizioni in autonomia, in questo senso ho solo piantato qualche chiodo.
Qual è il ricordo speleologico che porterai sempre con te?
Il ricordo è il buio. Restare soli, spegnere la luce aspettare senza emozioni o ragionamenti che il buio mi riconosca come roccia, mi conceda di confondermi, in un certo senso mi assolva.
Qual è il rapporto tra donna e speleologia (secondo la tua esperienza)?
Non mi piace parlare di donne e uomini, mi piace l’essere umano. Certo le donne possono anestetizzare la fatica come i dolori del parto, ma gli uomini possono pisciare senza togliersi tuta e imbrago.
Nel libro citi personaggi dai nomi immaginari, ma forse in qualche caso pare chiaro il riferimento a qualche amico un po’ ’speciale’ nella tua ‘carriera’ speleologica..
Ho avuto il privilegio di osservare amicizie speciali, quelle che nascono dalla fatica, dalla condivisione di sensazioni e atti vissuti non come individui ma arti di un corpo unico. Quando ho ascoltato delle grandi esplorazioni al Corchia, per esempio, mi è sembrato che in fondo i personaggi si confondessero, come se non avesse grande importanza chi aveva scoperto cosa, perché tutti quelli che c’erano, erano scossi dalla medesima emozione. Io non ho fatto parte di questo.
Spesso fai riferimento alla “decadenza”, all’anzianità anagrafica e di servizio: è un messaggio particolare?
Io spesso ho dovuto aspettare, per esempio per tornare in grotta. E’ bene ricordarsi che siamo corruttibili per avere la misura, per non perdere di vista il fatto che non possiamo aspettare per sempre.
Rimpianti o rimorsi?
Troppi puntini di sospensione in Sulle Corde. Ho sempre scelto di fare subito ciò che reputavo più importante, per questo ho accantonato altro confidando di riprenderlo al momento opportuno; è perché non sono brava a fare bene troppe cose insieme, sono lenta. Ho avuto la fortuna di non morire e ho provato ad aspettare ciò che avevo lasciato indietro. Non ho rotolato nella vita, ho deciso. A parte i puntini di sospensione, non ho rimpianti o rimorsi, trovo che siano una perdita di tempo.
Come si conciliano per una donna speleologia e famiglia, secondo te?
Non sono la persona giusta a cui fare questa domanda, io non ho conciliato speleologia e famiglia. Ho fatto una cosa alla volta, solo adesso che la mia famiglia sa fare a meno di me, sono tornata in grotta ed è stata una ricompensa per la lunga attesa.
Un uomo che ha trascorso la sua vita in grotta quanto può diventare “fragile” quando smette di frequentare l’ambiente sotterraneo?
Credo che gli esseri umani che hanno sofferto e goduto grandi passioni, possano, adeguando i ritmi, mantenerle per sempre. Credo che si possa morire perché è giunta l’ora, anche stando attaccati ad una corda. Quando non si riesce ad avere questa visione, a volersi bene, accordandosi con il fatto che invece di volare, dobbiamo strisciare per continuare ad avere emozioni, allora diventiamo fragili. Questo nella vita in generale. Io credo che impossibile da fare sia tutto ciò in cui non crediamo abbastanza.
Perché il libro Sulle corde?
Scrivere è stato accantonato insieme alla grotta per molto tempo. Quando è stato il momento giusto, con umiltà, ho cominciato a sperimentare quale fosse il modo migliore di mettere insieme le parole per trasmettere quello che volevo. Ho avuto la fortuna di incontrare Julio Monteiro Martins, scrittore, direttore della scuola di scrittura creativa Sagarana e della omonima rivista, con cui confrontarmi, lui ha avuto la pazienza di farmi da maestro. Quando ho cominciato a scrivere quello che poi è diventato Sulle Corde, non sapevo che sarebbe diventato un libro, stavo solo cercando di imparare una tecnica.
L’idea è nata quando mi venne in mente una storia: un uomo senza alcuna esperienza, ma con un grande desiderio, si organizza ed entra in una grotta. E’ talmente grande il suo stupore e la sua ingenuità tecnica, che presto rimane senza luce. Prende coscienza del fatto che dovrà morire, ma mentre stremato dal pianto si appisola, sogna un giorno d’estate pieno di luce abbagliante dove si vede bambino insieme a sua cugina intento a spiare una lucertola a due code che si arrampica su un muro caldo. Il sole è forte e gli fa chiudere gli occhi, si scuote e ritrova il buio della grotta, però si scopre diverso, la luce apparsa nel sogno lo consola e lo spinge a tentare. Si impegna, affina gli altri sensi, comincia a strisciare ascoltando il mutare del corso del vento sulla faccia, toccando lo scorrere delle acque, battendo testate nella roccia.
L’idea era immaginare di sopravvivere grazie alla luce di un sogno. Era una schifezza di racconto, andava rifatto ma il mio maestro rimase affascinato dalla descrizione della grotta, lui che non ne aveva mai vista una, voleva che gli raccontassi ancora, ed è così che ho continuato a scrivere storie che contenessero una parte di conoscenza di tutti, ma ambientate in un posto per pochi. E’ un libro senza pretese tecniche, è stato letto anche da chi non è mai entrato in grotta, ha avuto una doppia vita come il titolo, lo stare Sulle Corde, anche nella vita di tutti, ha un significato.
©Marilena Rodi
martedì 29 dicembre 2009
Italo, il re degli enotri, insediò l’Italia a Trebisacce
Si nascondono nella Piana di Sibari le stirpi arcaiche del popolo italico. il coscile propone i risultati degli ultimi scavi in un libro di archeologia
“Trebis-saxa” (“roccia”, fortificazione di Trebis) o “Trebis-axis” (“tavola”, tavoliere), o “Trapezàkion”, dal greco “tràpeza” (il castrum del periodo bizantino)?L’etimologia del toponimo Trebisacce si presta a svariate chiavi di lettura, poiché molto dipende dalla lente con la quale si decide di osservarla e dal tipo di interpretazione che si vuole attribuire alle ricerche archeologiche eseguite dai ricercatori e dagli studiosi che si sono alternati nella documentazione del territorio.
La casa editrice il coscile propone un percorso esplorativo-conoscitivo tracciato da Tullio Masneri nel libro Archeologia di Trebisacce (pp. 288, € 13,00), pubblicazione di interesse storico-antropologico e archeologico che pone in risalto le osservazioni e gli scavi nell’area di Trebisacce, forse insediamento di una tribù bruzia, i “Bruttaces” in epoca romana, o insediamento protostorico a Broglio di Trebisacce (1700-700 a.C.) prima della fondazione di Sibari.
Testimonianza millenaria
Masneri, negli ultimi anni Novanta a cavallo con i primi del Duemila, torna a fare oggetto di studio i luoghi che raccontano le vicende dei primi popoli insediatisi nella Sibaritide, location agiata, tra mare e monti, popolata dagli enotri, preferita dai conquistatori greci e ambita dai romani.
Da alcuni rinvenimenti archeologici si ipotizza che Italo, dominatore e precursore dell’idioma italico, abbia posto domicilio in terra calabrese, stabilendo villaggi su alture a diretto contatto visivo l’uno con l’altro per favorire il controllo e la stabilità delle comunità, tendendo ad esercitare un’azione di pacificazione e di costruzione solida, che solo la venuta dei greci ha intaccato nel profondo.
L’autore, infatti, a proposito degli enotri, narra la prospettiva socio-economica che questo popolo è stato capace di offrire alla Piana di Sibari ed alle colline che le fanno da corona, valorizzandone l’eccezionale fioritura dovuta alla feracità della terra, produttiva ed aperta ai contatti con gli stranieri, prima i micenei e poi i fenici, consolidando una posizione culminante per civiltà e benessere.
Virgilio, nell’Eneide, scriveva: «C’è un luogo – i Greci lo chiamano Esperia – / terra antica, potente per armi e di fertile zolla; / gli Enotri la popolarono; ora è fama che i loro nipoti / abbian detto Italia quel popolo, dal nome del capo».
Interessante diviene dunque, il percorso proposto dall’autore alla scoperta di nuovi e avvincenti indizi autentici e alla riscoperta di quelli esistenti, permettendo, in questo modo, un parallelo fra le notizie in essere e le acquisizioni a seguito delle ultime indagini archeologiche. Emerge difatti, ancora, il dubbio che nei sotterranei dell’edificio delle scuole elementari di Trebisacce dove, nel 1948 fu scoperta una tomba greca del periodo successivo alla distruzione di Sibari, possa nascondersi qualche traccia del passato.
Curioso e intrigante è il passaggio nelle antiche civiltà: che tipo di scambi commerciali proponevano i pionieri dei mercati calabresi? Da cosa deriva la leggenda della produzione della migliore pece bruzia? Quali i segnali peculiari di una civiltà volta alla cultura femminile? E quale l’espressione artistica dei popoli alle prese con la produzione di cimeli?Masneri propone e argomenta altresì alcuni interventi antropici sul territorio di Trebisacce e della Sibaritide, menzionando la tecnica delle anfore capovolte sotto il manto stradale, utilizzata per il drenaggio delle acque e non molto distante dall’attuale strada statale 106, antica litoranea romana, come ad esempio, in contrada Chiusa a breve distanza dal mare.
In questa contrada, nelle operazioni di scavo realizzate tra il 1986 e il 1987, sono stati individuati due edifici di pianta e dimensioni simili destinati probabilmente allo stoccaggio di anfore commerciali e riconducibili alla presenza romana in Calabria e che hanno permesso di ricostruire la storia di Trebisacce nel periodo compreso tra I e II secolo d.C.
Prospettiva futura
L’archeologia del territorio, tuttavia, può definirsi giovane perché le notizie e le novità si rincorrono annualmente e, per dirla con l’autore, «in siffatto contesto […] si cerca di tirare le somme di una ricerca che ha avuto l’ardire di mettere insieme una serie di elementi molto diversi che provengono dalla tradizione o sono emersi dagli strati del passato, con la prospettiva che le novità di oggi potranno essere smentite anche entro breve tempo, se le ricerche continueranno e verranno tentate altre strade, oltre a quelle già note».
Il linguaggio è fluido nonostante le abbondanti citazioni latine, argomentate correntemente. Lo stile è cronachistico e la narrazione è arricchita di fonti documentali non irrilevanti. Viene proposta la carta archeologica di Trebisacce con l’indicazione dei siti entro i confini comunali.
Un libro che non si legge certamente tutto d’un fiato per via delle copiose nozioni da ricordare e tenere a mente, ma che alla fine della lettura offre un quadro abbastanza completo e divertente, per certi aspetti, delle origini del territorio trebisaccese (e dell’Alto Ionio) e che incuriosisce non solo gli indigeni calabresi.
Marilena Rodi
(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 8, aprile 2008)
martedì 1 dicembre 2009
Missione educazione: la libertà sta nella cultura
Il mondo della scuola? Quasi una catastrofe. La classe insegnanti? Carica di responsabilità e talvolta impreparata ad affrontare gli studenti. Gli allievi? Ancora fino a un decennio fa si poteva discutere di allievi, forse. In epoca contemporanea diventa complicato e paradossale definirli tali; semmai, “domatori” di adulti (e perché no, anziani) in un sistema alla deriva.
L’istituzione, fondata con i migliori propositi per la creazione di anime liberamente ispirate a cultura e istruzione, pare stia fallendo il proprio obiettivo. Il nuovo millennio, oltre l’avvicendamento di configurazione numerica, ha concepito una generazione di giovani impreparati, arroganti e incapaci, che di accogliere l’educazione scolastica non vogliono nemmeno sentir parlare.
Ne sa qualcosa la protagonista e autrice di Donne con le palle (Sovera Multimedia, pp. 92, € 11,00), Giovanna Curone, insegnante di letteratura, storia e geografia di un istituto superiore di Roma; una donna sicura di sé e determinata a trasmettere la valenza dell’istruzione a una classe di somari che frequentano il primo anno. Reduci del tirocinio d’obbligo, si avvicendano sui banchi della scuola media di II grado malvolentieri e nemmeno troppo preoccupati di acquisire le competenze tecniche necessarie per poter svolgere la professione per la quale debbono prepararsi.
Determinazione e “genio scrivano”
Quasi una missione, l’impegno della docente si profonde per gli allievi, per i quali deve reinventare ogni giorno il modo più efficace di garantire l’apprendimento delle nozioni basilari della buona educazione e del vivere quotidiano nella società, e per i colleghi, verso i quali nutre rispetto, ma anche scetticismo per i metodi di approccio e d’insegnamento adottati. Si ritrova così, a dover escogitare sistemi maliziosi ma efficaci per entrambi.
Con gli studenti, raccontando di relazioni interpersonali con l’altro sesso, notificando comportamenti poco eleganti per le femmine e cafoni per i maschi; architettando stratagemmi fantasiosi pur di invogliarli ad esprimersi in scritti creativi, simulando gare di bravura, interrompendo brusii e dialoghi poco consoni all’ambiente, alzando la voce con il capobanda e conquistando il meritato silenzio.
Con i colleghi e superiori, grazie a colpi di genio, sfrutta la sua eccellente dote di narratrice per trasferire silenziosamente opinioni e lezioni di vita, intuendone la singolare condizione umana di sottomissione e vergogna, nonché, paradossalmente, di presunzione trionfante, che talvolta rende ciechi al bisogno di condividere sentimenti e ansie.Figli, genitori e metodi
La missione della docente, tuttavia, coinvolge trasversalmente anche la famiglia in questo tentativo di smuovere gli studenti e di responsabilizzarli nei rapporti interpersonali. In uno dei capitoli (intitolato “Là dove un alunno azzittisce la madre”) Giovanna Curone porta alla luce la reticenza dei genitori nei confronti degli insegnanti, “inviperiti” perché convinti che essi non siano davvero in grado di fare il loro mestiere. L’episodio, ilare, per quanto insolito, vede gli studenti partecipare attivamente al gioco dello scarabeo (trovata della docente per avviare un processo naturale di impiego della lingua italiana e di quella inglese) e scatenare il caos dettato dal fervore creativo. Una madre, indispettita, si catapulta nella classe accusando senza mezzi termini la docente di adottare metodi non convenzionali e che sta assistendo ad un’inutile e perdita di tempo. Giovanna tenta di elevare la statura intellettuale della sua interlocutrice spiegandole che quanto in opera è mezzo per il raggiungimento del fine più nobile di favorire un linguaggio corretto e più articolato degli studenti. Nell’alterco senza via d’uscita interviene lo studente, figlio della donna, con un comico «A mà! Ma statte zitta…», e rientrando in classe sbatte la porta lasciandosi alle spalle le espressioni attonite delle due donne.
L’ignoranza e la superbia, talvolta, si fondono creando e coltivando pregiudizi vani e gratuiti, agevolando barriere architettoniche tra culture difformi, quando è ancora possibile parlare di culture. Più spesso è disarmante scoprire che si tratta si radicata inciviltà.
Il linguaggio è lineare, ad intermittenza, arricchito da espressioni colorite tipiche dell’ambiente giovanile, denso di esperienze reali che rendono la narrazione fluida, seppur guarnita di espressioni dialettali e turpiloqui poco chic. Lo stile torna spontaneo definirlo street di conseguenza, ma la valenza istruttiva, soprattutto per la categoria matura, ricambia degnamente la lettura rocambolesca.
Una finestra inconsueta su uno spaccato in condizioni d’indigenza che rilancia il desiderio di offrire un’altra opportunità al mondo scolastico. Del resto, come recita l’autrice nel libro: «Chi siamo noi per decidere ciò che è giusto e ciò che non lo è? Un insegnante non ha formule magiche, può solo fare il suo mestiere: tirar fuori dalle zucche vuote ciò che loro stessi non vogliono ammettere…».
Marilena Rodi
(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 8, maggio 2008)
martedì 20 ottobre 2009
Intrighi e soluzioni di politica “nostra” in chiave futuribile
Quando l’uomo cerca la felicità e trova
l’arte del governo. Laruffa editore narra
l’itinerario “semiserio” di un candidato
I meccanismi politici “futuristici” paiono somigliare segretamente e fortemente a strategie antiche quanto il mondo. Gli intrighi diplomatici appartengono all’uomo conciliatore, a colui che riesce a “parlare con tutti” e a caldeggiare le esigenze della massa, avendo bene a mente di assecondare in primis i favori del proprio popolo elettorale. La politica è per uomini scaltri e pronti ad accettare la mediazione, non c’è posto per errori di valutazione o incertezze.
Il magistrato Vincenzo Giglio ne Il Politico. Una storia di casa nostra (Laruffa editore, pp. 174, € 10,00), tende a far emergere, seppur in maniera apparentemente fantasiosa, una realtà consolidata e invita il lettore, sottilmente, a farsi carico della responsabilità di “capire” quei meccanismi, anche se non ad avallarli.
Con un linguaggio popolare e uno stile di scrittura equilibrato e consapevole, l’autore evidenzia, in un ipotetico anno 2011, quanto può accadere “per caso” nella vita di un uomo il cui desiderio è la felicità che consegue a un ordine di vita tranquillo, spensierato, quasi infantile. Esorta a una non rassegnata sottomissione al sistema di clientelarismo, ovvero a quanto propinato dalle forze politiche, e a studiarne il profilo; invoglia a individuare coscientemente messaggi che vivono della parvenza di buonismo e incita l’intelligenza umana a dubitare della coerenza esasperata di personaggi che godono di un ampio consenso elettorale.
Il profilo del giovane politico
La storia del protagonista, Gino Pulejo, è uno spaccato di vita quotidiana in una Calabria in stato di sospensione temporale, una regione in costante affanno che deve fare i conti con un sistema generale di precariato professionale e sociale, il quale si integra in un più ampio panorama nazionale di un’Italia che vive di inquietudine ed esitazioni.
Gino, un uomo alle prese con insoddisfazione personale e incapacità di nutrire fiducia in se stesso, troppo spesso rinviato a miglior condizione professionale, si allinea, nel profilo, allo stato in cui destano i giovani del nostro tempo: “soggiornano” in famiglia nell’attesa-speranza di un collocamento che possa migliorare la propria esistenza. Il suo obiettivo è quello di godere di uno standard medio di vita, serenamente maritato,
praticando l’arte del vivere felici accontentandosi di un lavoro stabile. Senza troppe pretese. La società nella quale interagisce non gli offre su un piatto d’argento tale condizione e, come da antico adagio, “la fame aguzza l’ingegno”: Gino incontra una persona che diviene trampolino di lancio verso una nuova visione del suo quotidiano.
Sebbene non per scelta spontanea, il protagonista accoglie la sfida di misurarsi in ambito politico, affacciandosi a un mondo sconosciuto, ma via via intrigante e stimolante. Apprende rapidamente le strategie dialettiche e il confronto con i colleghi maturi, cerca di inquadrare le motivazioni che possono determinare la reazione delle persone e impara a pensare velocemente. Ottiene l’incarico di assessore e la sua scalata sociale e politica ha inizio. Eppure, lo slancio emotivo, che aveva caratterizzato la “scelta”, resta coerente con l’antico desiderio, la stabilità, a tal punto da indurlo a credere ingenuamente di averla conquistata.
Ma la politica, prima o poi, presenta il suo conto e il debito va saldato.
Un atteggiamento condivisibile?
L’autore riesce a coinvolgere il lettore nella parodia, fumettistica per certi versi, di un personaggio consueto che si inserisce tra le fila dei “medi”, esaltando le vicende umane e conservando l’oggettività della cronaca, stimolando la capacità di giudizio di colui che interpreta la narrazione e schierandosi, necessariamente, a favore dell’evoluzione dei fatti. Segretamente il lettore pare quasi temere il palesamento delle verità nascoste: la riflessione spontanea potrebbe condurre ad apprezzare i sacrifici e la continua ricerca di felicità del protagonista, “chiudendo un occhio” su circostanze di dubbia etica, nonostante l’onestà debba indurre alla giustizia delle condizioni.
Giglio, tuttavia, in una visione fedelmente “futuristica”, conclude l’avventura sorprendendo per la singolarità di soluzione, preservando il profilo di Gino Pulejo.
Marilena Rodi
(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 12, agosto 2008)
Il mito di Cassandra: quando realtà e mitologia si legano nella quotidianità. Cossiga, un “vecchio” della politica

di Marilena Rodi
Rubbettino propone confessioni
e vaticini del presidente emerito
Cassandra, figura mitologica greca, figlia del re di Troia Priamo e detentrice del dono della preveggenza, nell’immaginario collettivo viene associata alle persone che profetizzano eventi disfattisti; galeotta fu la condanna impartita da Apollo alla giovane – di profetizzare e mai essere ascoltata – che aveva coraggiosamente rifiutato il suo amore. Altro destino, seppur parallelo, pare aver percorso
Cassandra-Pizia, ego-alter ego del presidente emerito
Si sente un po’ Cassandra un po’ Pizia Francesco Cossiga, che, sul calare del 2005, aveva dichiarato: «Dal 1° gennaio 2006 non mi occuperò più di “politica militante”, né con attività, né con parole, né con scritti. Non mi occuperò di politica, salvo lo impongano imprescindibili motivi di coscienza etica […]» continuando «nella vita vi è un tempo per operare ed un tempo per meditare e prepararsi a morire nella pace del Signore ed in amicizia con Lui». Ma si sa, non sempre i buoni propositi corrispondono ad altrettante azioni. Dopo quell’annuncio, Cossiga ha continuato comunque a parlare e a scrivere di attualità politica intervenendo a tavole rotonde, a dibattiti televisivi e radiofonici concedendo, altresì, interviste sui temi banditi. “Intromissioni” di un certo tipo sarebbero riconducibili a quegli «imprescindibili motivi di coscienza etica»?. Dotato di capacità di osservazione acuta e cristiana modestia, incline alla battuta ironica e pronto a favorire scuse pubbliche, Cossiga spesso è stato tacciato di follia; una personalità complessa suscettibile di amori e dissapori. «Ma io non sono matto. Io faccio il matto. È diverso… […] io sono il finto matto che dice le cose come stanno» (da Il Foglio, 27 maggio 2006).
Viaggio nell’ideologia del “picconatore”
Il primo capitolo è dedicato a La sardità, un concetto non facilmente intuibile per chi sardo non è. Riferendo peculiarità tipiche della sua terra, il presidente tratteggia i riti superstiziosi e le fantasie di un popolo incline alle profezie e alle credenze folcloristiche. Ricorda l’incanto dell’autonomia del vecchio Ducato di Savoia, caduto a favore del nuovo Regno di Sardegna, e la stranezza dei sardi nel votare unilateralmente a sostegno della realtà che veniva configurandosi. Una terra dove «non si dice “rubare il bestiame”, ma “truvare sa roba”, cioè “far camminare la roba”» e dove la vendetta è azione alla quale un uomo d’onore non può sottrarsi. In questo capitolo Cossiga racconta le sue origini miste, tra borghesia e piccola nobiltà, la fanciullezza e i miti infantili appartenuti alla famiglia democratica, antifascista, repubblicana e autonomista sarda. Non perde occasione, l’autore, per puntualizzare la sua educazione in parrocchia-oratorio, diversamente da Romano Prodi, in parrocchia anch’egli, ma in «odore di sagrestia!». Nel secondo capitolo, Alias, vengono riproposti gli alter ego di Cossiga, nomi con i quali firma articoli e interviste e che diventano emblematici della contraddizione del suo pensiero. Uno di questi è Franco Mauri, ispirato al nome completo, Francesco Maurizio, e con il quale su Libero del 2003 dichiara il suo mito politico, Palmiro Togliatti. Fa sorridere altresì la vignetta di Forattini riportata in copertina: un Cossiga vestito da magistrato al banco degli imputati che proclama: «Sono per il no, ma per non interferire, voterò sì». Il terzo capitolo, Comunismo & Co. racchiude la filosofia cossighiana: “Odi et amo”. L’autore sostiene che «la grandezza oscura del comunismo è questa: il comunista vero non deve avere né padre, né madre, né fratelli». Durante
ria della democrazia, la libertà e
Questione di morale
Nei capitoli successivi Cossiga si sofferma sulle questioni etiche, morali e religiose che derivano da argomenti scottanti come l'Islam, Israele e gli ebrei. Da cattolico convinto, l'autore torna sulla questio "Allah-Dio", tema spinoso, che anche Benedetto XVI durante la lezione di teologia di Ratisbona, non contribuisce a chiarire. Per Cossiga l'Islam è certamente religione, ma si lega strettamente al fondamentalismo e alle azioni terroristiche anti-occidentali: «Ma si tratta davvero di terrorismo o è, piuttosto, la legittima reazione dei musulmani ad un Occidente che li ha colonizzati […] volendo imporre la democrazia nei loro paesi?». Sull’etica prende di mira il referendum sulla fecondazione assistita e le unioni di fatto. Chiama a riflessione, nel febbraio 2007 sulle pagine de Il Tempo, gli “amici” della sinistra: «[…] voi cattolici italiani, obbedirete o voterete lo stesso il disegno di legge Pollastrini-Bindi in nome del principio della laicità della politica?». L’ultimo capitolo è dedicato ai tanti vaticini profetizzati dal presidente, «alcuni avveratisi, altri no, altri ancora da vedersi», come recita il sottotitolo. Con impeccabile ironia e voglia di rivelare la politica italiana nel quadro internazionale, Francesco Cossiga si racconta attraverso gli articoli e le missive pubblicate sulle testate giornalistiche, a botta di “picconate”.
Fonte: www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 16, dicembre 2008
venerdì 3 luglio 2009
Passaggio a Oriente: “dimensione” di una realtà
di Marilena Rodi
La lentezza di un viaggio nell’anima umana raccontata da Tabula Fati:
la biforcazione davanti a un bivio, la strada suggerita da un imprevisto
Fine anni Trenta. Il protagonista della vicenda, Vittorino, è poco più che adolescente alla vigilia della Seconda guerra mondiale e un evento infelice caratterizza alcune scelte di vita, dirottandolo in una dimensione quasi surreale. Tale è la dimensione nella quale viene catapultato il lettore, che, lentamente, scivola nella lettura del libro Istanbul bound, di Carlo Bordoni, Presentazione di Teodor Józef Korzeniowski (Tabula Fati, pp. 188, € 10,00), non riuscendo più a staccarsene, catturato dallo stile con il quale l’autore descrive ambienti, personaggi, sentimenti ed episodi, tra sogno e desiderio di un viaggio inaugurato e mai compiuto.
Avventura e seduzione lungo
Una fotografia diventa la spinta motivazionale del giovane protagonista, l’aspirazione a effettuare la traversata a Oriente; quei luoghi bramati nelle sue fantasie, seppur temuti, che con lo scandire dei giorni assumono contorni fiabeschi e sospirati, il cui alone di misteriosità viene arricchito dai racconti dell’anziano amico di famiglia, Giuseppe, anch’egli vittima segreta dell’arcano fascino dell’Est.
Istanbul, coi suoi lezzi penetranti e pregnanti, il popolo e i colori, i costumi e lo stile di vita, ha già catturato i suoi prigionieri: i membri dell’equipaggio dell’Antonio Serra, battente bandiera italiana, ognuno per cause dissimili e accomunati dalla passione per il mare. Quella forte attrazione in quel rapporto di odio-amore che li vede imprecare a bordo, durante le tempeste, la solitudine e il silenzio e li tiene ostaggio in una “relazione d’amorosi sensi”, perché non più capaci di restare sulla terra ferma, quando lo sguardo si perde nel vuoto e si dimentica la capacità di comunicare col mondo.
Personaggi a caccia di sogni
Ogni personaggio vive grazie al racconto dell’autore, che talvolta pare fondersi col protagonista nella guarnita e meticolosa performance narrativa; il lettore avverte l’onirica proiezione nello scenario delineato, che sembra svelare alcuni meccanismi del periodo storico di riferimento.
Giugno 1939. Il viaggio ha inizio al porto di Marina di Carrara con l’incontro che segnerà il bivio nella giovane vita di Vittorino e prosegue con le vicissitudini dell’equipaggio nella lenta e lunga traversata del Mediterraneo. È durante gli anni di vita a bordo, che ognuno degli uomini “arruolati” ha sperimentato la condivisione di spazi e doveri, momenti di isolamento e riflessione, sogni abbandonati nel cassetto e chimere ossessive da inseguire.
Una di queste vittime è il capitano Ferdinando Beltramino, il quale, dopo decenni di attraversamenti nelle medesime acque, vive ancora la speranza di trovare la “sua” Ferdinandea, “l’isola-che-non-c’è”, la spiaggia di desideri e fantasie, ricca di tesori nascosti, ma soprattutto invisibile perché inesistente sulle mappe. Ne è convinto a tal punto da ricordare con maniacale precisione i luoghi di emersione dai quali deriverebbero i monili, custoditi gelosamente, che mostra a Vittorino. Il giovane diciottenne senza esperienza di imbarco, mozzo per esigenza, è catturato dalle stranezze di Beltramino, peraltro confermate dai compagni di viaggio, ma non si sente mai realmente appartenere all’equipaggio a pieno titolo. Lo svela adagio, l’autore, pigramente, quasi a non voler rivelare un finale che lascia senza fiato il lettore.
Marilena Rodi
(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 11, luglio 2008)



